Psicologia – Obesità: perché ci piace mangiare

Il cibo, fino a metà ‘900, è stato un bene di difficile reperibilità a causa delle crisi economiche, delle carestie e della povertà.

Oggi invece è un prodotto altamente disponibile, facilmente accessibile e la sua immissione nel mercato è nelle mani di aziende e multinazionali, le cui strategie di marketing hanno trasformato i nostri consumi di cibo e il valore che ad esso attribuiamo.

L’obesità sta diventando un problema ormai dilagante: l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2007 ha indicato che nel mondo ben 22 milioni di bambini sotto i 5 anni era soprappeso, condizione che costituisce un fattore di rischio per molte patologie croniche come malattie cardiache e respiratorie, diabete di tipo 2, ipertensione.

Come mai nel giro di pochi decenni si è arrivati ad una simile emergenza sanitaria? Cosa è successo nel rapporto tra noi e il cibo che lo ha sregolato a tal punto da trasformare l’alimentazione in uno dei principali fattori di rischio per il nostro benessere psico-fisico?

Ci sono tante teorie al riguardo. Una analisi molto interessante è offerta da David Kessler che, unendo idee e teorie provenienti dalle neuroscienze, dalla pedagogia, dal marketing e dalle scienze della nutrizione, ha descritto un nuovo disturbo del comportamento alimentare, l’ “iper-alimentazione condizionata”. Questa è determinata sostanzialmente da 4 fattori:

  • L’estrema disponibilità di cibo negli ambienti di vita, condizione che automaticamente ne aumenta l’assunzione;
  • La capacità del cibo oggi di essere ovunque e quindi di attrarre inconsapevolmente l’attenzione delle persone: mangiare non è più solo un bisogno fisiologico;
  • L’industria alimentare rende tramite la pubblicità gli alimenti iper-appetibili;

Il nostro cervello genera alterazioni nei suoi circuiti neuronali: innesca un meccanismo di dipendenza dal cibo.

Le nuove generazioni si trovano a crescere in un mondo il cui il cibo è un pensiero fisso. Non è più solo un elemento che soddisfa il bisogno alimentare dell’uomo e basta, ma ha ora anche il compito di intrattenerlo e gratificarlo: ma se il cibo è diventato una delle fonti primarie di piacere, questo indurrà gli uomini a considerarlo come un vero e proprio sostituto di altre esperienze ad alto contenuto emotivo. Molte persone hanno imparato a “fare l’amore con il piacere”, come dice lo slogan.

La nostra nuova speranza è di insegnare alle nuove generazioni a mangiare quando ne hanno bisogno, non quando “hanno fame di emozioni”, e rieducare chi invece è già diventato “iper-sensibile” a usare il cibo come nutrimento per il corpo e non per l’anima.

 

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